i miei racconti
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Suani correva libera e felice fra l’erba alta, solo cinque anni e una gran voglia di vivere e scoprire il mondo che la circondava, suo fratello Pobos la rincorreva strillando e ridendo, ogni tanto incespicava e scompariva fra l’erba alta per poi rialzarsi e riprendere la su corsa.
Gaia gli osservava, oltre a Suani e Pobos aveva altri otto figli, se soltanto ne fosse stata capace avrebbe fermato il tempo per impedirgli di crescere di cambiare di scontrarsi con le difficoltà della vita, eternamente felici e spensierati era questo il futuro che desiderava per loro, ma non era possibile.
Pobos si fermò senza nessun preavviso urtando sua sorella, nel vedere Gaia i loro visi si riempirono di gioia iniziarono a ridere e a corrergli incontro gridando il suo nome, Pobos la raggiunse e con un piccolo balzo salì in collo alla madre.
“Cos’hanno fatto oggi i miei bambini? Lo sapete che vi siete allontanati troppo da palazzo? Dovrei essere arrabbiata, quante volte vi ho detto di stare assieme ai vostri fratelli”.
Suani si avvicinò, ma non aveva il coraggio di alzare lo sguardo “abbiamo fatto amicizia con altri bambini” disse, Gaia divenne improvvisamente seria “altri bambini” le parole gli morirono sulle labbra, “si erano uguali a noi, ma avevano strane orecchie a punta abbiamo giocato tutto il giorno a biglie” Pobos si frugò nelle tasche della camicia mostrandogli tre biglie colorate.
“Un è per te” gli disse “così la prossima volta puoi giocare con noi” Gaia si lasciò sfuggire una risata, a quel punto le era quasi impossibile sgridare suo figlio, poi si immaginò la scena e un velo di tristezza le offuscò gli occhi.
Gaia era una madre affettuosa e responsabile, ma presto i suoi figli avrebbero fatto i conti con la realtà, i suoi capelli biondi come quelli del figlio ricordavano i campi di grano in piena Estate, i suoi occhi come quelli di Suani erano in realtà un caleidoscopio di colori caldi e intensi.
Benché avesse un aspetto in apparenza umano era un tutt’uno con la terra, la sua lunga veste ne era la dimostrazione, scompariva fra l’erba e non se ne vedeva ne la fine, ne l’inizio, gli Elfi e gli umani la chiamavano la grande madre, perché Gaia era Gea la Terra, dove lo sguardo riusciva ad arrivare lei era li ed anche oltre, era a tutti gli effetti madre dei piccoli Ilegan padrona del mondo che gli circondava, perché il suo mondo era in lei.
Il pianto di Suani la distolse dai suoi pensieri, si alzò in silenzio con Pobos sempre in braccio “amore che succede” gli disse in tono dolce, Suani si alzò, sul palmo delle mani aveva un piccolo pettirosso “sta dormendo” domandò, ma sapeva benissimo che non era così e la osservava speranzosa, suo fratello si lasciò andare a terra, si avvicinò a lei, i suoi occhi viola erano colmi di tristezza.
Gaia si lasciò sfuggire un sospiro, sua figlia continuava a rifiutare che nel mondo animale come fra gli umani esistesse la morte “Suani ne abbiamo parlato tante volte” lei fece cenno di si col capo continuando a piangere.
“Era arrivato il suo momento, solo voi Ilegan siete immuni alla morte, neppure gli Elfi che sono immortali possono esserlo nel senso stretto della parola” Suani le mostrò di nuovo i palmi delle mani, non c’era niente da fare ormai si era impuntata e il piccolo pettirosso sembrava veramente dormire “tu gli hai dato la vita per poi toglierla ora restituiscigliela, per favore mamma” disse con la voce rotta dal pianto.
Nell’udire la parola mamma Gaia si intenerì “forse hai ragione non era ancora il suo momento” mise le mani sotto quelle della figlia, il corpicino privo di vita del pettirosso ebbe un fremito si alzò osservandogli fra l’incuriosito e il riconoscente, arruffò le piume dopodichè spiccò il volo.
“Cercate di capire, questo prodigio non mi sarà sempre possibile” gli disse “è vero io posso dare e togliere la vita, ma ci sono dei casi in cui i miei poteri non possono niente”.
Suani e Pobos annuirono rimasero per un lungo istante ad osservare il cielo, come se i loro occhi riuscissero ancora a scorgere il volo del piccolo pettirosso “è ora di tornare a casa” annunciò prendendogli per mano e nel guardare il cielo gli sembrò di intravedere quel viso a lei tanto caro, gli sfuggì un “guardate” Suani e Pobos la guardarono con aria interrogativa e le parole gli morirono fra le labbra.
Raini era un’entità come lei sempre presente, ma sfuggevole “amore mio, avevi ragione” disse guardando il sole scomparire sulla linea dell’orizzonte “il senso della vita è saper amare”.
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