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ATLAS * MAREA
 

Il mare gridava la sua ira al vento, vomitando spuma sugli scogli, sotto un cielo di piombo e un sole ovattato, non c’era il profumo della primavera nell’aria, nonostante lo fosse già da tre lune, non c’erano le rondini e la loro allegria, ma solo il denso color rosso sangue che sovrastava la linea dell’orizzonte. Regana abbassò gli occhi affranta, la dea del mare chiunque fosse era adirata, con lei, con tutta la sua gente e forse col mondo intero... Cosa poteva aver scatenato la sua ira? Una bella domanda che si erano posti in tanti, ma alla quale nessuno era mai riuscito a dare una risposta. Assaporò l’aria era impregnata del sapore dolce amaro della salsedine, Reghy amava quel profumo, il profumo del mare, il profumo di Atlanta, si passò una mano fra i capelli, alzando nuovamente lo sguardo al cielo e per un lungo istante provò il forte desiderio di restare li immobile come una statua ad osservare i morosi che s’infrangevano sulla scogliera. "Andiamo?" Regana si dondolò sulle gambe osservando il suo interlocutore piuttosto annoiata, la voce di Marzio risuonò nell'aria in maniera sgraziata, se ne stava a pochi metri da lei, osservandola stizzito, pure lui irrequieto come il mare, il vento si accaniva sul suo bianco mantello quasi a volerglielo strappare di dosso, mentre alle sue spalle in una lunga e lenta processione gli Atlantidei salivano su per la scogliera intonando canti e inni. Reghy gli osservò con aria assente, non le piaceva partecipare al rito che si teneva ogni sette dì in onore della dea, la gente la guardava in maniera strana, bisbigliando alle sue spalle e lei sapeva benissimo cosa si dicevano "figlia di un re, sirena senza voce, sirena che non ama il mare che non sa nuotare..." Ed era vero lei era diversa, diversa da tutti loro. Affranta continuò ad osservare la processione, formata in gran parte da coppie avvinte da ghirlande di rose, unite in un canto, in un inno per le figlie del mare Tisbe e Persefone le sue due sorelle minori, per la dea della terra Gaia, affinché potesse intermediarie fra loro e la dea del mare placandone la collera. "Allora?" La chiamò nuovamente lui, Regana si morse i labbri lanciandogli un’occhiata smarrita "arrivo Marzio... arrivo..." Annunciò con voce stanca raggiungendolo, Marzio le posò una corona di fiori sul capo e prendendola per mano la guidò su per la scogliera. Lei lo seguì docilmente, del resto cos'altro poteva fare? era l'unica della sua gente a non far sentire al mare la propria voce, mentre il mare incantato, lentamente addolciva le sue onde, ascoltando anche lui come lei, in un lento e sonoro sciabordio, ma così magra consolazione non le bastava si lasciò sfuggire una lacrima, Marzio se ne accorse e l’abbracciò osservandola in silenzio. Il suo era un male incurabile, era nata diversa e lo sarebbe rimasta per tutto il resto della sua vita, non era come le sue due sorelle, non aveva il canto del mare, sebbene fosse un’atlantidea. Regana si stropicciò gli occhi, nella speranza di riuscire a contenere il suo dolore, la processione procedeva, serpeggiando su per la scogliera, verso quello che un tempo era stato un antico tempio ed ora era il Nautilus degli Atlantidei, il luogo dove le sue sorelle, entrambe sacerdotesse, come lo erano state sua madre e le sue sorelle prima di loro, regolavano il flusso delle maree. "Mi raccomando..." gli bisbigliò Marzio ad un orecchio lasciandola andare, lei abbassò la testa quasi offesa era stufa d’essere comandata a bacchetta da tutti e soprattutto da lui il suo promesso sposo, affettuoso, di bell’aspetto, ma patetico, lei non l’amava e lui ne era consapevole, ma come tutte le cose che le erano state imposte dalla sua famiglia, era stata costretta a subire in silenzio e a sopportare quell’ennesima umiliazione. Pestò i piedi a terra soffermandosi un attimo "Non ti sopporto quando fai così!" Esclamò sottovoce "lo so benissimo cosa devo fare, non sono più una bambina!" Lui le lanciò un’occhiata severa, ma non proferì parola, si avviò su per i gradini intagliati nella roccia che zig-zagavano fra le due file di colonne smangiate dalla salsedine per poi soffermarsi un attimo. "Regana..." ebbe appena il tempo di dire che la voce di Tisbe e Persefone si fece sentire, la frase rimase incompiuta e Regana lo raggiunse mettendo la parola fine alla sua tristezza e a qualsiasi altro discorso che invece di alleviare il suo dolore l'avrebbe aggravato ancora di più. Incantata da quella melodia, sentì nascere in se la speranza, se pur vana che un giorno non molto lontano avrebbe preso parte a quella cerimonia, quel pensiero anche se faceva parte di un sogno la tirò su di morale, eppure sapeva benissimo che se soltanto si fosse azzarda ad intonare una sola sillaba, le sarebbe andata via la voce come già le era accaduto in passato, quando ancora era una bambina e sperava nell’arrivo di quel dono che le era stato negato. "Dici che riusciranno...." Sussurrò con un fil di voce a Marzio la guardò tristemente, il vento gli aveva scarmigliato i lunghi ricci neri, regalandogli un'espressione smarrita che le fece quasi tenerezza, dopo tutto anche se pignolo l’aveva sempre trattata con rispetto e forse col tempo avrebbe imparato ad amarlo. "L’ultima volta il mare si è ritirato..." Le disse accarezzandole la mano "ma poi sai benissimo cos’è successo...", lei annuì osservandolo terrorizzata, "Tempestatis" la parola uscì dalle sue labbra come una maledizione che mise entrambi a tacere. "Tempestatis", tempesta! il mare aveva scatenato tutta la sua ira appropiandosi di altra terra, distruggendo tutto ciò che aveva trovato al suo passaggio, costringendo le popolazioni comprese in Atlanta e non, a retrocedere verso le zone più interne, col tempo la situazione si era fatta più tragica e come se ciò non bastasse a tale cataclisma se n'era aggiunto un altro che aveva fatto si che vecchi alleati, come suo padre e Titus si fossero dichiarati guerra, per un pezzo di terra prezioso quanto la loro stessa vita. "Su andiamo..." le disse prendendola nuovamente per mano e guidandola attraverso la folla che si era accalcata attorno al Nautilus, non in ordine sparso, ma seguendo una schema ben preciso, i più giovani nelle prime file e via via scalando di età venivano i più anziani, tutti seduti a formare un cerchio perfetto, con un immenso spazio vuoto al centro. Il marmo intatto di un azzurro immacolato, seguiva disegni arabeschi riflettendo il disco ovattato del sole e le loro sottili figure che immobili se ne stavano su quell'enorme piastra ottagonale in grado di poter accogliere l’intera popolazione di Atlanta e più, fra le colonne di alabastro che salivano perforando il cielo, dileguandosi fra le nuvole. Regana e Marzio ebbero appena il tempo di prendere posto che un silenzio irreale si abbatté su tutto il Nautilus, gli inni cessarono con una tale irruenza che l'aria sembrò mancare a tutti i presenti, subito dopo Tisbe e Persefone fecero il loro ingresso nello spiazzo, accompagnate dal suono lamentoso dei sonaglini che portavano alle caviglie. Le due sorelle gettarono i lunghi mantelli e questi prima di toccare terra si disciolsero nell’aria in tante piccole candide farfalle che si dispersero in un turbinio di luce, le due donne iniziarono a muoversi con estrema agilità e grazia, fino a ruotare su se stesse disegnando un cerchio perfetto, cantando con voce soave del loro amore al mare, alcuni seduti nelle prime file si unirono a loro, a quella che Regana definiva una strana, ma fantastica danza. Reghy osservava e ascoltata chiusa nel suo silenzio, adesso non era più tormentata da quel difetto che si portava appresso, ma estasiata da quanto stava vedendo, tanto da non rendersi conto del pericolo improvviso che si stava abbattendo su tutti loro. Solo quando Marzio la strattonò per un braccio, sollevandola di peso, si destò dal torpore in qui era caduta, "muoviti Regana! muoviti per l'amor del cielo!!", disorientata lanciò un'occhiata attorno a se, durando fatica a reggersi in piedi "ma che succede....". Alcuni si stavano gettando in mare dalla scogliera, altri in preda al panico strisciavano sulla lastra color cobalto tremanti di paura, pesticciati e sbattuti da una parte all'altra, Tisbe e Persefone erano state raggiunte da due donne che l'avevano costrette ad interrompere la loro danza ed ora erano chissà dove, Reghy si liberò dalla stretta di Marzio si fece strada in tutto quel parapiglia, non curante di lui che la chiamava senza sosta. Si affacciò dalla scalinata, sbiancando in viso "vuoi darmi retta!!" esclamò Marzio, afferrandola per la vita e trascinandola verso il bordo della scogliera "mi dispiace Regana, so che non sai nuotare e conosco la tua paura per l'acqua, ma... l’unica via di salvezza che abbiamo è gettarci in mare" Reghy impallidì ancora di più, "NO! non so nuotare... ti prego Marzio...". "Non fare la bambina Regana! neanche puoi immaginarti cosa ti attende... fai come ti dico per favore!", qualcosa di informe e dannatamente enorme spuntò da dietro una delle enormi colonne, Reghy soffocò un grido, nel vedere la bestia, essa aveva testa leonina, corpo di capra e coda di serpente, per un lungo istante preda e predatore, come ipnotizzati rimassero a fissarsi, poi quest'ultimo spalancò le fauci avvampando di fuoco l'aria davanti a se . Regana sembrò afflosciarsi su se stessa per la paura, Marzio la strinse a se con più forza sollevandola leggermente da terra, "ora hai capito a cosa mi riferivo!!" esclamò stizzito e con un balzo la costrinse a gettarsi assieme a lui dalla scogliera. La Chimera ora non rappresentava più un pericolo, in compenso il mare si era nuovamente gonfiato di collera e sfogava la sua ira sugli scogli vomitando spuma e disegnando una lunga e spessa striscia color porpora sulla linea dell'orizzonte. L'impatto con l'acqua fu violento, Reghy perse completamente i sensi e Marzio a sua volta stordito dall'impatto a dall'assordante sciabordio delle onde, lasciò la presa su di lei abbandonandola alla furia distruttrice della marea. LATINO - ITALIANO  Tempestatis: Tempesta.