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L’azzurro sfacciato del cielo, l’occhio infuocato del sole che a sprazzi illuminava i grattacieli della Metropoli, i tetti acquerellati delle case seminate lungo i bordi delle strade fra il verde dei giardini e il profumo dei fiori, ed oltre tanta perfezione il deserto, così appariva Kirambur agli occhi di chi la osservava per la prima volta. Garide fece scivolare gli occhiali da sole sul naso aquilino guardandosi attorno con aria piuttosto annoiata; erano trascorsi venti lunghissimi anni dal suo arrivo a Kirambur e ancora poteva avvertire il senso di smarrimento e di vertigine, ogni qualvolta abbracciava con lo sguardo, in tutta la loro altezza gli immensi palazzi che troneggiavano sulle vie. Le persone andavano e venivano dai negozi non curanti della calura, una marea di volti diversi fra loro, ma ben distinti e al tempo stesso simili. I Sybari l’unica razza presente a Kirambur, gente di vedute ristrette che vivevano la loro vita seguendo schemi ben precisi, al di fuori dei quali niente aveva più un senso. Ghery e suo fratello Aloiso, erano persone fuori dall’ordinarietà, per la federazione una sorte di cancro da espellere, tenuti sotto controllo ventiquattro ore su ventiquattro dall’alleanza che aspettava; aspettava pazientemente il momento opportuno per spedirli oltre la barriera, da dove non avrebbero fatto più ritorno. Garide si alzava ogni giorno, con la consapevolezza che prima o poi, ciò sarebbe accaduto, restava solo da vedere dove e quando. Abbassò lo sguardo, alcuni coriandoli svolazzarono davanti ai suoi occhi per poi cadere flaccidamente a terra, quella era la settimana dei "sette giorni di Kirambur", la festa più attesa, l’unica che i Sybari si concedevano. Un piccolo aeroplano volò sopra di lui a bassa quota, esibendo lo slogan del giorno, un nuovo tipo di macchina ad energia solare, gli lanciò un’occhiata disinteressata, infilandosi le mani nelle tasche dello spolverino. Se fosse stato un giorno qualsiasi, di un’altra settimana l’uomo che guidava quel velivolo, di sicuro gli avrebbe fatto passato un brutto quarto d’ora e tutto per aver esibito uno striscione pubblicitario, cosa vitatissima dai federali, eccetto in quel periodo dell’anno. Nonostante fosse stato classificato, come un soggetto pericoloso inidoneo agli schemi a cui il regime autoritario aveva costretto l’intera popolazione, a lui toccava il gravoso compito di mantenere l’ordine pubblico; forse era quello, il compromesso che si era venuto a creare fra lui e la federazione e che gli garantiva d’essere al sicuro, lontano dalla barriera dove più volte avevano minacciato di spedirlo? Ghery non ne era del tutto certo, sospirò lasciando vagare lo sguardo sui tetti delle case, d’orati dai caldi raggi del sole, oltre quel mare di cemento e vetro vi erano le mura, non poteva vederle, ma erano là a delimitare un confine invalicabile. Le cose non erano sempre andate a quel modo a Kirambur, lo dimostravano le vie d’accesso che un tempo comunicavano con l’esterno e i loro battenti destinati a restare eternamente chiusi, quattro come le stagioni, come i mesi che si susseguivano, comprendenti 364 giorni l’anno (uno in meno rispetto al nostro calendario), ciascuno di 91 giorni. La porta a sud era detta d’Autummus (Autunno), quella ad ovest d’Aestas (d’estate), quella ad est di Veris (primavera), infine l’ultima a nord d’Hiems (Inverno). Le vie principali erano state tracciate in modo tale che s’incrociassero al centro dell’immensa metropoli, l’una perpendicolarmente all’altra a formare un’immensa croce, Kirambur vista dall’alto era simile ad un’immensa stella di Davide, composta dall’insieme di più figure inscritte al suo interno. Nella zona fra ponente e levante, chiamata dal nuovo re Fasiana Urbis, erano state costruite altre due cinta murarie, entrambe seguivano l’andamento delle vecchie mura e sulla sinistra davanti ai palazzi di Carny, si aprivano ben tre paratie controllate dall’interno, quella era la barriera che tutti temevano. Nella fausania Urbis viveva anche Amos Venus e tutto il suo seguito, composto soprattutto da uomini politici che si erano spartiti la città in ben otto fette e che la gestivano, sotto lo sguardo severo del loro sovrano. Il palazzo dove viveva Amos si chiamava Esagey, li in quel punto chiamato Finitio, vi era un varco fra le vecchie e le nuove mura, si diceva che quel passaggio conducesse alla leggendaria Cantabri, una verdeggiante valle che si affacciava sul mare, abitata in gran parte da contadini e da pescatori. Ma nessuno era mai riuscito a trovare il varco, del resto era tutto frutto della fantasia della gente che in quel modo cercava d’esorcizzare il fantasma della barriera che aleggiava su tutti loro. Di preciso non si sapeva cosa realmente accadesse laggiù, si vociferava di esperimenti su cavie umane e di demoni succhia sangue e quei pochi fortunati che avevano fatto ritorno, dopo aver subito un processo di riprogrammazione mentale, non ricordavano quasi nulla se non che un’intensa luce celeste. Ogni tentativo di varcare quel confine era del tutto impossibile in quanto nella Fausania, Amos viveva sotto stretta sorveglianza e a nessuno, a parte le sue più strette conoscenze, era concesso il libero accesso a quel settore, pena la morte. Garide ripensò alla prima volta che aveva visto Venus, era stato in occasione di una parata, organizzata in suo onore, la gente lo aveva acclamato e molti lo avevano chiamato a squarcia voce col nome di Odim che nell’antica lingua significava guardiano. Ma guardiano di cosa? Visto che Kirambur era governata dagli otto Victus che gli erano eternamente fedeli. In quell’occasione Amos, era apparso in pubblico col viso coperto da una maschera d’oro, raffigurante il sole e una lunga veste scarlatta, si era limitato a salutare il suo popolo con un’alzata di mano, non aveva fatto nessun discorso ne si era alzato dal suo seggio. A Garide aveva fatto un’impressione strana, non era lo stesso uomo che più volte aveva visto raffigurato sulle copertine dei giornali, l’albino dai lunghi capelli bianchi e gli occhi rosei, sembrava non avere niente a che fare con Venus, eppure erano la lui. Garide scosse il capo incamminandosi lungo il marciapiede, aveva la certezza che Kirambur la perfetta, fosse al tempo stesso profondamente corrotta dalla mafia, per mano della federazione il centro nevralgico da dove partivano gli ordini, peccato che non avesse nessuna prova per dimostrarlo. Si soffermò pochi metri più avanti, ripensando a tutte le volte che ne aveva parlato con Aloiso e Zancleiu, la discussione si era sempre conclusa con un "falla finita" o un secco e deciso "levatelo dalla testa Ghery!". Un "bep!" stonato risuonò nell’aria, attraversò la strada, sentendosi una persona fra tante, se pur diverso. Un ragazzo lo urtò volutamente, soffermandosi un attimo ad osservarlo con la coda dell’occhio, "anche oggi sei di buon umore a quanto vedo" ridacchiò indicandogli lo spolverino nero come la pece che indossava. Ghery gli tirò scherzosamente uno scappellotto "e tu sempre a giro come sempre!" gli fece eco, sorridendogli e voltandogli le spalle, Meride era una delle poche amicizie che era riuscito a crearsi in città, uno dei pochi a cui aveva salvato la vita, strappandolo dalle grinfie della federazione che lo aveva destinati a chissà quale tortura, solo per essere stato sorpreso a marinare la scuola. Con questo non che avesse fatto bene, ma trovava che l’alleanza eccedesse nell’elargire punizioni, dopotutto quella di Mery era stata solo una ragazzata. Ghery lanciò un’occhiata davanti a se, scorgendo una fetta del "Mortia Urbis" dove lavorava, la prima volta che aveva sentito pronunciare quel nome gli si era accapponata la pelle, anche l’aspetto stesso del quartiere non era dei più invitanti, il Mortia settore n.4 di Kirambur era una spaziosa striscia di terreno a forma triangolare, solcata da un piccolo fiumiciattolo il Latìti. In quel punto vie e piazze erano assolutamente vietate al traffico urbano e i palazzi che vi erano stati edificati, erano tinti di un orrendo color prugna, voluto dallo stesso Mortia il padrone di quel lembo di terra, al quale aveva dato il proprio nome. Garide s’incamminò sul selciato cosparso da piccoli ciuffi d’erba, il Meya s’innalzava davanti a un piccolo spiazzo, un’immensa costruzione a forma di parallelepipedo irregolare, dalle facciate in vetro, di un color violaceo a dir poco stomachevole che scintillavano sotto i raggi cocenti del sole arroventando l’aria. Ghery si soffermò un attimo abbracciando con lo sguardo l’entrata principale dell’edificio, non c’era niente di particolare da vedere o ammirare, la statua di Venus si ergeva al centro della piazza, col dito medio puntato verso il cielo e lo scettro impugnato nella mano destra, come a voler annunciare chissà quale evento o catastrofe. Garide passò oltre salendo con aria assente i gradini, qualcuno ridacchio alle sue spalle ringhiando un lieve "ma guarda un po' chi c’è", si voltò lentamente verso i due agenti, lasciandosi sfuggire un'espressione di disgusto per le loro divise violacee inzuppate di sudore, espressione che non passò inosservata. I due incrociarono le braccia davanti al petto, scambiandosi un’occhiata d’intesa per poi puntarlo con insistenza "ancora senza divisa vero Garide?", la voce beffarda dell’uomo echeggiò nello spiazzo rauca e piena di disprezzo "credo che farò rapporto al tuo superiore... Sei pure in ritardo...". "Solo di cinque minuti" gli rispose, ma Imerio non sembrò per niente convinto, salì le scale a falcate afferrandolo per il bavero della camicia "non è una giustificazione plausibile!", Garide si liberò dalla stretta cercando di mantenere la calma. "Che c’è grande uomo hai forse paura... O forse, sai che non sto aspettando altro che la prima occasione per sbatterti oltre la frontiera" l’uomo alle spalle di Imerio osservava tutta la scena con un’espressione beffarda stampata sul viso. Ghery strinse i pugni, non poteva far altro che subire in silenzio, era consapevole che se soltanto avesse alzato un solo dito su entrambi, gli avrebbero fatto passare dei guai. "Continua a prenderti beffe dei tuoi superiori e vedrai..." La frase rimase incompiuta, ma al diretto interessato non sfuggì il significato ultimo di quelle parole "Va al diavolo Imerio!", sbottò coraggiosamente voltandogli le spalle e scomparendo oltre la porte a vetri. L’uomo rimase immobile ad osservarlo "avete sentito cos’ha detto?", Im cosse il capo "ho sentito tutto Dario, ma non basta un insulto per accusarlo o almeno, non è abbastanza per sbatterlo oltre la barriera, dobbiamo avere pazienza e aspettare nuovi ordini dall’alto". I due varcarono l’entrata, Garide gli squadrò da sotto le lenti affumicate dei suoi occhiali, per poi volgere lo sguardo altrove. Al suo interno il Meya aveva lo stesso aspetto sterilizzato di un ospedale, con pareti e pavimenti di un bianco sfacciato e un intenso odore di pulito che aleggiava ovunque, l’arredo consisteva in una fila di sedili disposti di fianco all’entrata, ben saldati ai muri e in un telefono che raramente veniva usato. "Garide!" esclamò Prassede fermandolo per un braccio "dove stai andando devi prima registrarti!" Gli fece notare la donna facendogli cenno di porgergli la tessera, Ghery mugugnò uno stentato "scusami" e dopo essersi frugato nelle tasche dei pantaloni gli porse la scheda di riconoscimento. Prassy l’afferrò, facendolo scivolare all’interno del lettore che teneva legato al polso, rimase un attimo in silenzio assumendo un’espressione pensierosa, dopodiché gliela porse tirando un profondo respiro "sei in ritardo... e non indossi la divisa... Che scusa mi devo inventare a questo giro?" ammiccò al piccolo monitor, dove una scritta in rosso lampeggiava con insistenza. Ghery riprese la scheda visibilmente stizzito "santo cielo quanto la fate lunga sono in ritardo di soli cinque minuti!", Prassy storcignò la bocca "è vero si tratta di una sciocchezza, ma vallo a dire alla federazione, non posso durare in eterno a cambiare i dati che tutte le mattine scarico dal computer, prima o poi se ne accorgeranno...". "Sia cosa ti dico fan..." Prassede lo zittì con una pedata negli stinchi "Garide ti ha dato di batta il cervello che ti prende stamattina?" Gli chiese senza avere alcuna risposta "mi dispiace, ma non posso fare a meno di fartelo presente... Ci tengo sia a te che ad Aloiso". "Soprattutto a lui" gli fece notare e Prassy si fece silenziosa arrossendo in viso e facendogli cenno di non aggiungere altro. "Ghery... sai quali sono le regole..." lui sbuffò osservandola stizzito "non mi importa di cosa dice la federazione!" Sbraitò agitando le mani e attirando nuovamente l’attenzione dei presenti. "Non puoi nemmeno immaginarti di cosa passo tutti i giorni qui a Kirambur, ogni momento è buono per farmi sentire diverso, indesiderato, io che metto a repentaglio la mia vita per salvare quella degli altri... Ecco come vengo ringraziato con le minacce..." Disse moderando il tono della voce. "Mi dispiace, ma non posso farci nulla se non che cercare d’aiutarvi come posso, ora va non vorrei essere richiamata, qui dentro siamo monitorati ventiquattro ore su ventiquattro". Garide annuì con un lieve cenno del capo "Chi è beccato a poltrire sul lavoro è soggetto ad un mese di riprogrammazione mentale...." Gli voltò le spalle ripensando a quanto aveva detto, "riprogrammazione mentale" storcignò la bocca (chissà cosa vuol dire e cosa c’è dietro). La porta si aprì automaticamente al suo passaggio, una vampata d’aria fresca lo travolse facendogli venire le vertigini. Nella stanza disseminata di scrivanie, regnava il silenzio assoluto, un mare di capi chini, tutti intenti a leggere o a scrivere, c’era odore di chiuso nell’aria, nonostante alcune finestra fossero state aperte, mentre dalle innumerevoli superfici violacee, la luce filtrava spargendosi a chiazze sui muri, smorzando la calura estiva. Garide si soffermò un attimo ad osservare la sua postazione, qualcuno doveva aver fatto ordine al posto suo, molto probabilmente Prassede o Aloiso, nel volgere lo sguardo attorno a se, qualcuno lo salutò con un lieve cenno del capo, lui fece altrettanto sorvolando sullo sguardo carico d’odio di Imerio. "Davvero patetico!" Borbottò raggiungendo l’unica porta presente e opposta a quella da cui era entrato, fece scivolare la tessera all’interno del lettore, il meccanismo al centro del battente ruotò su se stesso, sfaccettandosi in tanti spicchi con un lieve fruscio, Garide tirò un profondo respiro varcando la soglia. Il settore di "Captìvitas" del Meya, dove i detenuti venivano smistati in base ai loro reati, era il posto più temuto dopo la barriera a Kirambur. Dietro una barriera d’energia, ciascun singolo individua avanzava in fila indiana, con la mano destra legata ad un’asta di ferro e un collare di riconoscimento attorno al collo. Ghery gli passò in rassegna uno ad un uno, ma nessuno osò guardarlo in viso, ad alcuni di loro era stata rasata la testa e a tutti era stata fatta indossare una tuta bianca, con ampie bande fluorescenti lungo i fianchi delle braccia e delle gambe. "Tutta brava gente" bisbigliò con un filo di voce e non scherzava, cercò di immaginare i loro crimini, qualche parolaccia, un gesto inconsueto o forse una parola di troppo. "Detenuto n. 1021" annunciò una voce, due guardie l’afferrarono per i polsi, l’uomo che gli lasciò fare, molto probabilmente perché drogato prima dello smistamento, per evitare complicazioni o inutili tentativi di fuga. L’esaminatore fece passare il marcatore sulla banda magnetica del collare che indossava, un "bip" risuonò nell’aria "sei condannato ad un anno di riprogrammazione mentale" annunciò senza specificare il motivo, gli altri due lo misero a dorso nudo, questa volta uno "snap" crudele echeggiò tutti intorno il ragazzo si afflosciò su se stesso, mentre i due che lo sostenevano lo trascinavano via. "Detenuto n.1022", Garide scosse il capo non voleva vedere altro usò nuovamente la tessera sul lettore di fianco alla porta salendo velocemente le scale che conducevano verso l’alto. Si fermò di botto, ma la porta a vetri con la sua scritta, di un viola sbiadito che annunciava "IMERIO ALOISO MANSON VIGILARUM PRIMORIS", si aprì ugualmente senza neanche dargli il tempo di preannunciassi. "Aloiso..." Chiamò in tono confidenziale, dalla sedia posta dietro la scrivania, si alzarono dense nuvole di fumo "fratello... Buon giorno", lo schienale ruotò l’uomo staccò gli occhi dall’immensa vetrata, puntandogli su di lui. Lo sguardo grigio di Manson era pieno di preoccupazione, si passò una mano fra i capelli bianchi che gli stavano ben ritti sulla testa, il tutto risaltato dalla sua carnagione nera come la pece. Adagiò i gomiti sulla scrivania abbandonando il sigaro sul portacenere "devo parlarti..." Annunciò Ghery lasciandosi andare su di una sedia, "anch’io ho qualcosa da dirti, quello stronzo di Imerio ti ha segnalato alla federazione, per fortuna sono intervenuto giusto in tempo, ma devi abbozzarla di venire in ritardo sul posto di lavoro e a partire da domani ti voglio vedere in divisa ci siamo intesi! ". "Frena Manson!" Lo interruppe lui alzando le mani, Aloiso strizzò gli occhi osservandolo storto "frena!?" Sbraitò, "tu dici frena a me?" Seguì un breve attimo di silenzio, Ghery fece l’atto di dire qualcosa, ma lui lo zittì subito. "Venti lunghissimi anni sono trascorsi da quando ti trovammo in fin di vita nel deserto, solo, abbandonato, con una forte amnesia che ancora ti porti dietro. Da allora Zac fa i salti mortali, per distogliere l’alleanza da entrambi, tu sai dove ci vogliono sbattere... oltre la barriera e anche se non so cosa c’è laggiù preferisco continuare a vivere nell’ignoranza e togliti codesti occhiali voglio guardarti negli occhi quando ti parlo!". Ghery si tolse gli occhiali squadrandolo gelidamente e Manson non osò più proferire parola, c’era qualcosa che non andava nel suo sguardo, nel colore della sua pelle ancora più cadaverico del solito, negli occhi di un verde arancio che si era fatto ancora più intenso "Guardami bene fratello... non noti niente d’insolito?!". "Io... Non so cosa dire... Da quant’è che sei in codesto stato" Garide si rimise gli occhiali da sole, rimanendo un lungo istante in silenzio "da stanotte... ho perso due denti come se niente fosse, ma questo non è tutto... me ne stanno crescendo di nuovi. Il dolore è così intenso che ho durato fatica a venire fin qua, per non parlare del bruciore che avverto in tutto il corpo, sento il sangue ribollire nelle vene... Aloiso... cosa diamine mi sta succedendo!". Manson lo squadrò da capo ai piedi come se lo vedesse per la prima volta "mi hai sempre detto d’avermi trovato in fin di vita nel deserto, d’avermi portato a Kirambur, ma.... Non mi hai mai detto il perché dell’intervento chirurgico a qui fui sottoposto...". "Ghery non so niente a riguardo te lo giuro, fu Zac a decidere e credo che non sarà disposto a darti una spiegazione, mi dispiace....", Garide si portò una mano alla fronte cercando di calmarsi "Non posso farmi vedere a giro conciato in questo modo..." . Aloiso si morse i labbri in preda a chissà quali pensieri "Va a casa e non farti vedere a giro per nessun motivo! Chiamerò Zac ne parlerò con lui e cercheremo di trovare una soluzione che ti tiri fuori dai guai". "Certo come no ... Bella idea mi chiudo in casa per il resto della mia vita, con la speranza che la federazione non venga mai a sapere d’avere un mutante in città! Lo sai vero cosa pensano di noi". "Garide cerca di calmarti per favore e fa come ti ho detto! a partire da oggi hai sette giorni di riposo, entro i quali ti giuro troveremo un rimedio!" i due si lanciarono un’ultima occhiata "come vuoi CAPO!" Bofonchiò Garide alzandosi dalla sedia, uscendo piuttosto teso e infuriato. Manson si accese un altro sigaro aspirando e disegnando nuvole di fumo nell’aria, "Tisbe passami Zancleiu", un fascio di luce si proiettò nell’aria delineando la silhouette di una donna dalla pelle bianchissima e gli occhi di un intenso celeste. "Un attimo prego" annunciò socchiudendo gli occhi, Aloiso la osservò con la coda dell’occhio, era artificiale come il computer che la creava ogni qualvolta che pronunciava il suo nome, incorporea come l’aria e al tempo stesso dannatamente reale, tanto da far morire di gelosia Prassede. "Collegamento effettuato signore" Tisbe cambiò lentamente aspetto, divenendo sempre più mascolina "che c’è Manny" brontolò Zac, la cui fisionomia andava delineandosi. Manson osservò suo fratello per un lungo istante, a parte il colore della pelle, lui nera l’altro bianca erano due gocce d’acqua "ti ho chiamato per via di Garide, sta da far schifo! e credo che sia nel bel mezzo..." Aloiso troncò di netto il suo discorso e Zac sembrò comprendere al volo ciò che stava cercando di dirgli "Dannazione!" Brontolò stringendo i pugni. "Sai forse qualcosa a riguardo?" Zancleiu era visibilmente teso, ma non tardò a rispondergli "certo che so qualcosa! ma non possiamo parlarne ora, vediamoci stasera a casa tua nel frattempo avvisalo che riceverà visite, conosco una persona in grado di curarlo... Maledizione! Doveva accadere proprio ora!". "In che senso!" Manson si sbilanciò dalla sedia in attesa di una risposta "stavo per chiamarti anch’io, ci sono seri guai in vista, ma come ti ho detto non è il caso di parlarne non ora e non in questo modo, qualcuno potrebbe sentirci".
LATINO - ITALIANO
Aestas: estate; Autummus: Autunno; Captìvitas: Prigionia; dies: giorno; Finitio: Limite; Hiems: Inverno; mattutinum: Mattino; Nox: notte; Odim: Guardiano; Postmeridianus: Pomeriggio; primoris: Primo; SèPTIES: Sette volte; Urbis: Città; Vigilarum: Guardia, tenere sotto controllo; Victus: Nutrimento, genere o tenore di vita; Veris: primavera. |