♥ I miei Hobby ♥

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Nessuno sa cosa ci riserva il fato e che ruolo giocherà sul nostro destino,  siamo tante pedine ben disposte su di una scacchiera, destinate a giocare un’eterna partita. Prendete me per esempio, mi chiamano Aevum, ma questo non è il mio vero nome, sono una "auxìlium-spàtium" o più semplicemente una sorta di guardiana del tempo, come altri miei simili lo sono ormai da secoli, o più precisamente dal giorno in cui la mia vita fu totalmente stravolta. Voglio raccontarvi la mia storia, sempre se siete disposti ad ascoltarmi e se proprio desiderate farvi un’idea del mio aspetto, pensatemi come un volto, un volto imprigionato fra le pieghe del tempo. Sembra quasi paradossale l’essere stata chiamata ad affrontare una simile responsabilità, proprio io che solo ieri mi chiedevo cosa fosse il tempo che cercavo d’immaginarmelo, di raffigurarmelo col pensiero, il più delle volte come un enorme clessidra colma di sabbia o come un quadro, dalle calde tonalità dove oggetti e persone sembrano fondersi con la tela su qui sono stati impressi. Solo ora mi rendo conto che in realtà non è niente di tutto ciò, può essere paragonato ad un fiume in piena che scorre incessantemente in uno spazio indefinito nel quale si verificano eventi e fenomeni in una successione illimitata di istanti, ma per quanto possa sforzarmi nel dargli una possibile interpretazione sappiate che è utopistico ed irreale più di quanto lo sono io in questo preciso istante. Date retta a me e lasciate da parte il vostro scetticismo, le vostre misere teorie, le vostre formule incomprensibile e ascoltate quando sto per dirvi. Ricordo tutto, come se da quel fatidico giorno fossero trascorsi solo pochi istanti, era un tedioso pomeriggio di fine inverno, pioveva e questo bastò a gettarmi nella noia più assoluta, il tamburellare sordo della pioggia che infuriava al di là delle mura domestiche era interrotto a sprazzi da fievoli borbottii e tenui squarci di luce, non ero spaventata, non ho mai avuto paura dei temporali, anche se ripensandoci visto quanto mi accadde in seguito, avrei fatto meglio ad averne. I miei occhi scorrevano liberi sulle pagine di una vecchia rivista che avevo trovato in un cassetto ben riposta assieme ad altri giornali, il mio era più un leggiucchiare in quanto vagavo da un argomento a un altro, contemplando più che altro le immagini paesaggistiche che vi erano raffigurate, ed ero così assorta dalle mie riflessioni, da non rendermi neanche conto dell’incessante strepitio della grandine. Socchiusi la rivista tirando un profondo respiro continuando a tenere il segno con l’indice e per un lungo istante lasciai vagare lo sguardo attorno a me, per poi fermarmi ad osservare lo scorcio di terrazza che si intravedeva al di la dell’ampia vetrata davanti alla quale sedevo. Avevo socchiuso gli sportelloni quel poco che bastava a far passare un lieve filo di luce, ma alcuni piccoli chicchi di ghiaccio riuscivano ugualmente a farsi strada, per poi rimbalzare con violenza sui vetri e scomparire fra le pieghe delle mattonelle, dove la loro misera vita si esauriva in una microscopica goccia d’acqua. Era un acquazzone di quelli che preannunciano l’arrivo della primavera, destinato a durare meno di un batter di ciglio, in fin dei conti non era ne il primo ne l’ultimo che vedevo, non meritava tutta la mia attenzione sebbene fosse riuscito nel suo intento, quello di distogliermi da quanto stavo facendo. Riportai gli occhi sulle pagine spiegazzate della rivista, "vite digitali" annunciava una scritta bianca risaltata da uno sfondo di un rosso sfacciato, fuori tutto taceva continuai a leggere "Opere d’arte? Di più: creature "viventi" evolute da un computer, grazie ad un artista Giapponese", mi soffermai tutto taceva, voltai pagina ma questa volta i miei occhi e la mia mente erano altrove. Quella piccola tempesta sembrava aver esaurito tutte le sue energie, sentii un brivido scendermi lungo la schiena, c’era qualcosa che non andava ne ero certa, ma non riuscivo ad individuare la fonte dei miei timori, abbandonai la rivista sulle ginocchia rimanendo in ascolto, quel silenzio era funesto e agghiacciante. Mi mossi leggermente e Il giornale cadde a terra senza emettere alcun suono, mi alzai di scatto ero atterrita, lo raccolsi lasciandolo nuovamente cadere, ma non percepii alcun rumore o fruscio, ero forse diventata sorda!? Lentamente mi avvicinai alle finestre, non smetterò mai di ripetermelo ero terrorizzata, non riuscivo a capire cosa mi stesse accadendo, fuori grandinava ancora, scostai le tende appoggiai il palmo delle mani e la fronte sul vetro, i piccoli chicchi di ghiaccio rimbalzavano sulla superficie trasparente emettendo un tonfo sordo, una lieve vibrazione che si disperdeva nel niente. Chiusi gli occhi potevo avvertire il battito accelerato del mio cuore, ma tutto il resto sembrava sfuggirmi, era forse il frutto della mia innata se non altrettanto eccessiva immaginazione? Riaprii gli occhi, no... era tutto dannatamente reale, a meno che non fossi improvvisamente uscita fuori di senno. Un lampo di luce squarciò il cielo, irrompendo in un boato che mi riscosse dalle mie paure, non ero affatto diventata sorda, ma se fino ad allora potevo dirmi semplicemente terrorizzata, ora ero nel panico più assoluto, indietreggiai urtando contro la sedia, un lungo assordante fischio echeggiò nell’aria, seguito a ruota da uno schiacciante vuoto d’aria. Un lampo accecante squarciò nuovamente l’aria abbattendosi sui vetri che a quel contatto si schiantarono, alzai le mani cercando di proteggermi come potevo da quella pioggia di schegge, ma l’onda d’urto creatasi da quell’impatto, mi travolse con una violenza tale da scagliarmi a terra. Da qui in poi ho solo varie e frammentarie reminiscenze, nel cadere urtai contro lo spigolo di un mobile, procurandomi un taglio profondo alla fronte che per un buon quarto d’ora mi gettò in uno stato di semicoscienza, stavo sanguinando copiosamente e qualcosa di indefinibile si era attorcigliato attorno alle mie dita. Osservai a lungo quell'efflorescenza celeste, tutto il mio corpo ne era ricoperto e sembrava assorbirla, atterrita rotolai più volte a terra dimenandomi nel vano tentativo di liberarmi, ma la cosa che era entrata in me reagì percotendomi con una violenta scossa. Mi agitai in maniera convulsa perdendo la padronanza delle mie azioni, non ricordo bene se persi i sensi o no, ma quando finalmente tornai ad essere padrona di me stessa una strana aura celeste filtrava da sotto la mia pelle, quell’energia si era dispersa nel mio organismo, lasciandomi indenne e facendomi grazia della vita, ma a che prezzo? A quel punto non mi restava che scoprirlo, del resto cos’altro potevo fare. Non riuscivo a staccare lo sguardo dalle mie mani, tenui fasci di luce guizzavano fra le dita, serpeggiando fra le pieghe dei miei vestiti, procurandomi un formicolio leggero che mi solleticava, non sapevo cosa pensare, ne come reagire, non mi era mai capitato niente di simile, ed io benché cercassi di mantenere la calma ero terrorizzata, provai persino ad alzarmi, a parlare, a farmi coraggio, ma non vi riuscii. Rimasi immobile li dov’ero, mentre una forte sensazione di spossatezza si stava abbattendo su di me, come a volermi inchiodare lì per sempre, avvertii il tempo dilatarsi e restringersi, in un pulsare incessante che mi stremava, stavo lasciando quell’epoca, ed era lei, l’energia simbiotica che si era impadronita di me, ad impormi quel viaggio attraverso il tempo. Aveva fatto di me il fulcro di quella strana turbolenza, ero l’unico punto saldo, l’unica certezza mentre l’aria s’increspava davanti ai miei occhi come fosse stata liquida, incorporando e plasmando tutto ciò che incontrava al suo passaggio, in che modo non saprei dirlo, non riuscivo a scorgere niente attraverso e oltre di essa. Mi ritrovai in piedi e lo rimasi per un lungo istante, stentavo a credere d’essere ancora viva, di vivere realmente quella straziante avventura, poi finalmente trovai il coraggio d’alzare lo sguardo, la prima cosa che vidi furono i grossi alberi che fiancheggiavano la via. Gli guardai spaurita, essi innalzavano le loro chiome chiazzate di grigio, sullo sfondo pumbleo del cielo, mentre un sole scialbo risplendeva sui tetti delle case, come un immenso occhio ovattato dall'età. Il passato risplendeva davanti a me, nei suoi miseri colori, bianco sporco, grigio spento e un nero intenso, sfumati nello loro varie e monotone tonalità, persino io che non ero di quell'epoca, ero sbiadita dalla patina bianchiccia che avvolgeva quella vecchia fotografia scolorita dal tempo, solo il bagliore dell’energia simbiotica risplendeva della sua efflorescenza celeste spiccando a fior di pelle. Mi sentivo nelle grinfie di un destino avverso che molto probabilmente aveva già deciso cosa fare della mia vita senza interpellarmi, ma dopo tutto perché avrebbe dovuto farlo? studiai a lungo il selciato della strada come se non riuscissi a fare altro, inebetita lasciai che l’occhio rincorresse le innumerevoli bici, i carretti carichi di fieno e i pochi calessi che solcavano la terra alzando lievi nuvole di polvere, tutto attorno a me pullulava di vita, una vivacità sconosciuta all’epoca da qui venivo. Ero forse destinata a restare lì per sempre, emarginata da qualcosa che andava ben oltre la mia comprensione? Non seppi darmi una risposta e quelle poche idee che ebbi per tirarmi fuori da quel pasticcio erano tutte senza senso o prive di una logica ben precisa, come tutto ciò che mi riguardava del resto. Non sapendo cosa fare, girovagai a lungo e soprattutto a casaccio, nella speranza che il luogo e i suoi abitanti stimolassero la mia inventiva, suggerendomi qualche brillante idea che potesse tirarmi fuori dai guai, ma purtroppo le mie speranze finirono per abbandonarmi. L’atroce dubbio d’essere stata imprigionata in quel periodo divenne col trascorrere delle ore una certezza, non ero in grado di interagire con cose e persone, tutto attorno a me si presentava sfuggevole e impalpabile, ero poco più di un’ombra proiettata sul passato e forse lo sarei rimasta per sempre. Vagai a lungo in quella sorta di limbo in cui ero rimasta intrappolata, per poi arrendermi all’evidenza e col finire per apprezzarne il fascino, il mio sguardo vagava su case e palazzi, scorgendo quei particolari che il tempo e la mano dell'uomo avevano contribuito a scannellare o ad alterare in quella piccola fetta di mondo antico. Le mura che nella mia epoca erano andate semi distrutte si scaglionavano in tutta la loro altezza sullo sfondo plumbeo del cielo e sebbene i colori non esprimessero appieno la loro maestosa bellezza, potevo percepire ogni sfumatura di quell’antico muraglione Medioevale. Girovagai e non feci altro per tutto il giorno, benché mi fossi arresa all’evidenza, non riuscivo ne a stare ferma, ne a calmarmi, ero in preda alla disperazione. Tornai la dove tutto aveva avuto inizio, la strada dai verdeggianti platani, passai in rassegna le poche case che sorgevano su entrambi i lati della via, erano state costruite da poco, lo potei dedurre dai giardini ancora privi d’erba, dalle recinzioni ancora incompiute e i tanti barattoli di vernice disposti in fila indiana sui marciapiedi. Ve ne era una in particolare che catturò da subito la mia attenzione, era la stessa abitazione in cui avevo passato buona parte della mia infanzia, circondata come le altre da campi di grano e piccoli orticelli, sorgeva rialzata rispetto al piccolo giardino sottostante costituito da una piccola e fangosa conca artificiale, non vi era una siepe o una recinzione a delimitarne i confini, ma solo una stentata fila di paletti impilati uno di seguito all’altro e legati fra loro per mezzo di una sottile funicella. Non potevo credere ai miei occhi, era tutto reale o stavo solo sognando?! Alzai lo sguardo in direzione dell’ampia finestra che dava sulla strada, nella speranza di intravedere almeno uno dei tanti volti che il tempo aveva scancellato dalla mia mente, ma potevo solo scorgere alcune persone sedute di spalle rispetto a me, attorno ad una tavola, le loro voci mi giungevano simili ad un eco lontano smorzato dal vento. Appoggiai la mano sul tronco ruvido dell’albero che era nato a pochi metri dall’abitazione, le mie dita lo passarono da parte a parte e per poco non caddi rovinosamente a terra, mi ero dimenticata di un piccolo particolare in quel periodo ero poco più di un fantasma, la mia "simbiosi" si era premunita, impedendomi in quel modo di creare paradossi e forse era un bene non solo per me, ma per tutti. Inaspettatamente la porta d'ingresso si aprì un signore in giacca e cravatta si affacciò sui cinque gradini che conducevano alla casa, due bambine sbucarono da sotto le sue lunghe e affusolate gambe, per poi rincorrersi lungo il viottolo che dava sul giardino sottostante, gli gridò qualcosa che suonò come un avvertimento, dopodichè iniziò a guardarsi attorno, come se stesse cercando qualcosa o qualcuno. Riconobbi sia lui che le sue due nipotine e l’uomo sembrò fare altrettanto, si voltò guardando nella mia direzione, era incredibile, in tutto quel grigiume sembrava l’unico in grado di vedermi, s’incamminò senza staccare i suoi occhi dai miei. Non riuscivo a capire perché la mia "simbiosi" non impedisse tutto ciò come aveva fatto fino ad allora, eppure era ancora presente in me, ma stranamente inattiva. Si fermò a pochi passi squadrandomi da capo ai piedi, mi chiamò col mio vero nome, benché lui non mi avesse mai conosciuto, essendo morto molti anni prima della mia nascita, mi chiese amareggiato come avessero fatto a trovarmi borbottando sotto voce parole incomprensibili. Senza volere lo sfiorai creando una sorta d’onda d’urto che increspò l’aria, dando vita a tanti cerchi concentrici, era come se una barriera impercettibile si opponesse fra noi, indietreggiò spaventato, ma per niente sorpreso, sembrava consapevole di quanto stava accadendo. Per la seconda volta avvertii il tempo restringersi e dilatarsi, lui era ancora immobile davanti a me lo vidi assottigliarsi per la vita, fino all'inverosimile fino a quando non scomparve alla mia vista. Incominciavo a credere di far parte di tutta una meccanizzazione di qui non sapevo niente, chiunque avesse organizzato tutta quella faccenda doveva avere i suoi buoni motivi che per il momento mi sfuggivano. Il varco si era nuovamente chiuso, lasciandomi in balia del futuro, in che periodo e soprattutto dove, non mi era dato a sapere e in fin dei conti non è che avesse grande importanza per me, per il momento l’unica mia preoccupazione era quella di riuscire a comprendere le parole che mi erano state appena dette, con quel "come hanno fatto a trovarti" il mio antenato mi aveva messo in guardia da qualcosa che ancora non riuscivo a comprendere. Ero all’interno di un edificio o almeno speravo d’esserlo, una vetrata ondulata correva su gran parte delle pareti emanando un’intensa luce color rosso arancio che sembrava filtrare dall’esterno. Quel posto era un labirinto di stanze e corridoi, dove le pareti erano l’unico arredo esistente, esse emanavano luce propria e seguivano linee immaginarie lasciandosi andare a forme alquanto bislacche, intrecciate come gli steli dei giunchi o a nido d’ape con ristrette aperture attraverso le quali s’intravedevano strane piante variopinte. Tutto di quel posto mi affascinava a tal punto che non mi resi conto della piccola figura che ormai mi seguiva da ore, come fosse stata la mia ombra. Era un bambino di circa dieci anni, con occhi neri come la pece, la faccia da monello ricoperta di lentiggini e i capelli di un intenso color nocciola ben ritti sulla testa, come se avesse infilato le dita nella presa della corrente, ma ciò che mi colpì di più, furono i suoi indumenti sembravano usciti da un film di fantascienza. Appena i nostri sguardi s’incrociarono, si lasciò sfuggire un’espressione severa quasi mi stesse giudicando e per un lungo istante nessuno dei due osò dire niente. Vetust questo era il suo nome, fu il primo dei due a rompere il ghiaccio, mi disse di seguirlo e di non fare troppe domande in quanto mi avrebbe spiegato tutto strada facendo. Venni a sapere che vantava la bellezza di duecento anni, cosa che li per lì, mi suonò come una presa in giro e che poi in seguito risultò essere veritiera, d’essere nel futuro per l’esattezza nell’anno 5999 e che ero attesa da un certo Zeno. Cercai di mantenere la calma, dopo quanto mi era successo di cosa mi stupivo, della sua età o del fatto d’essere andata troppo avanti nel tempo?! Vetust sembrò comprendere il mio stato d’animo e per fortuna si zittì, non credo che sarei riuscita a digerire altre cose del genere "sono l’unico sopravvissuto ad una catastrofe!", benché per un attimo ne avessi avuto l’atroce dubbio, non avendo incontrato che lui in tutto il mio girovagare. Ed ecco che il mio racconto è quasi giunto al termine, proprio nel momento in qui conobbi Zeno, era un uomo dall’aspetto giovanile nonostante la sua venerabile età, i capelli di un biondo intenso, erano quasi bianchi come gli occhi di un grigio annacquato , nell’insieme aveva un non so che di vampiresco, di misterioso. "Aevum" mi disse "fatti avanti" e così feci, lui mi squadrò da capo ai piedi lasciandosi sfuggire un sorriso malinconico "mi dispiace averti portata fin qua senza preavviso, immagino che per te sia stato uno sciock" giustamente m’infuriai facendogli presente che il mio nome non era Aevum, ma bensì un altro. Scosse il capo facendomi segno di calmarmi "anche se non appartieni al nostro tempo, ora sei una di noi un "auxìlium-spàtium", una guardiana del tempo e devi auitarci a capire cosa abbiamo sbagliato per ridurci così...". Mi indicò un’ampia vetrata attraverso la quale si poteva ammirare uno splendido panorama, una voce irruppe iniziando un lungo racconto fu allora che mi accorsi che in realtà si trattava di un ampio schermo dove le immagini erano proiettate in tre dimensioni, quasi a sembrare reali. Da lì compresi che ogni specie animale si era estinta e i pochi umani sopravvissuti vivevano rinchiusi fra quelle mura che portavano un nome incomprensibile, i vetri che correvano lungo le pareti erano solo una protezione contro le radiazioni prodotte dal sole, i qui raggi filtravano attraverso l’ormai inesistente strato atmosferico, mentre l’aria veniva messa in circolo e filtrata dalle poche piante che avevo intravisto nelle fessure dei muri e per quanto riguardava tutto il resto o si era estinto come vi ho già accennato, o veniva prodotto in laboratorio. "Questo è il futuro" mi annunciò Zeno senza staccare lo sguardo dal mio "noi siamo riusciti a migliorarlo..." se quello era un miglioramento cercai di farmi un’idea di come fosse stato prima. "Non eri tu la persona che avevamo scelto per far fronte a questo gravoso incarico, ma lui si tirò indietro molti anni fa, l’hai incontrato nel tuo breve viaggio, un tempo era uno dei nostri, ed essendo una sua discendente, la responsabilità delle sue azioni ora ricade sulle tue spalle" chissà perché mi venne di pensare al mio caro bisnonno. "Aevum non arrabbiarti se non ti chiamiamo col tuo vero nome, in questo modo cerchiamo di evitare altri paradossi anche se per l’esattezza, non dovresti neanche essere qui. Ci serve il tuo aiuto per comprendere cose appartenenti al tuo tempo che a noi sfuggono, dovrai anche aiutarci a rimediare ad alcuni errori che sono stati fatti nel corso dei secoli, errori più o meno gravi. Tornerai nella tua era se questo può farti piacere, rioccupando il tuo posto nella storia nel momento stesso in cui l’hai lasciato, ma dovrai venirci incontro ogni qual volta te lo chiederemo. Ti insegneremo ad usare la tua simbiosi e tante altre cose che ti torneranno utili". Ascoltavo allibita senza riuscire a spiccicare parola e quando chiese cosa ci guadagnavo in tutta quella storia mi disse "l’eternità" che alle mie orecchie suonò come un’eresia. Da allora io vivo nel passato, presente e futuro e combatto una guerra che sembra non avere mai fine, avete capito bene ho detto parola guerra, perché il buon Zeno all’inizio si guardò dal dirmi che quei paradossi non erano stati creati da noi, ma bensì da una razza aliena che si era mescolata alla nostra fin dalla notte dei tempi. Lui apparteneva a quella razza e io ad entrambe, ecco spiegato il perché della mia chiamata e il motivo per il quale sono in grado di aprire varchi attraverso il tempo un dono che ho ereditato e che avrei fatto volentieri a di meno. Marat è colui che sta cercando di distruggere il nostro mondo, lo hanno definito un folle, un sanguinario, ma io credo che la sua sia solo sete di vendetta, ma questa è tutta un’altra storia che vi racconterò un’altra volta.

 

LATINO - ITALIANO

 

 aEVUM: eternità;  auxìlium - spàtium: Soccorso - spazio. 

Questo racconto ha partecipato al concorso " luccautori.it, racconti nella rete", ed è da qui che mi è venuta l'idea, quella di creare questo sito. Purtroppo la trama di Aevum ha un pò sofferto, il contenuto risente del poco tempo che ho avuto a disposizione per buttare giù queste poche righe, solo un mese e inoltre non doveva superare le dieci pagine, non ho fatto poco a tirarmelo fuori dalla testa. Mi è stato detto che è monotono, ma nel compenso scritto bene e quest'ultimo commento mi rallegra, visto che sono soltanto una scrittrice improvvisata. Mi hanno detto anche che potrebbe essere il prologo di un racconto vero e proprio e non è detto che in futuro non lo diventi.